23 maggio 1915, l’inizio della fine

23 maggio 1915, l’inizio della fine

Care amiche, cari amici,

Il 23 maggio 1915 il Regno d’Italia dichiarò guerra all’Impero Asburgico, di cui Trieste era il porto principale.
Il fatto, che suscitò feroci reazioni della popolazione triestina contro i ritrovi e i giornali degli irredentisti, causò una guerra che ebbe 1.100.000 vittime, innumerevoli feriti, diffuse il nazionalismo e spalancò le porte all’avvento del fascismo e della seconda guerra mondiale.
Riporto qui sotto il proclama dell’imperatore Francesco Giuseppe, che, oltre che riportare un sentimento ben diffuso tra i triestini dell’epoca, risulta attualissimo.
Sembra ironico che il tanto rimpianto impero, più di un secolo fa, fosse capace di far convivere 14 etnie e innumerevoli religioni, facendole prosperare; cosa che l’attuale Unione Europea costruita dalle banche non riesce a fare. Il tutto nonostante i problemi creati all’epoca dai crescenti nazionalismi in varie regioni dell’Impero, in vari casi fomentati da paesi terzi, come Italia e Gran Bretagna.

Chi non conosce la propria storia è destinato a ripeterla” dice un vecchio adagio; finchè i triestini non capiranno che i nazionalismi sono la causa dei propri mali e che l’amministrazione di un paese che tratta Trieste come una colonia non produrrà nulla di buono, la città sarà -purtroppo – destinata al declino.

Ai miei popoli!
Il re d’Italia mi ha dichiarato guerra.
Il regno d’Italia ha commesso a danno dei suoi due alleati un tradimento di cui la storia non conosce uguale.
Dopo un patto d’alleanza che durava da oltre trent’anni, durante i quali ha potuto crescere il suo territorio e conseguire un insperabile benessere, l’Italia ci ha abbandonati nell’ora del pericolo ed è passata a bandiere spiegate nel campo dei nostri nemici.
Noi non abbiamo minacciato l’Italia, non abbiamo menomato la sua reputazione, violato il suo onore o i suoi interessi. Noi abbiamo scrupolosamente osservato gli obblighi derivatici dall’alleanza e accordato la nostra protezione quando l’Italia ha preso le armi.
Noi abbiamo fatto di più: quando l’Italia ha diretto i suoi avidi sguardi sui nostri confini, noi, per salvare l’alleanza e la pace eravamo pronti a grandi e dolorosi sacrifici, a sacrifici che toccavano in modo particolare il nostro cuore paterno. Ma non è stato possibile calmare l’avidità dell’Italia, che credeva di dover sfruttare l’occasione. Così deve compiersi il destino, Le mie armate hanno vittoriosamente resistito al potente nemico al Nord durante dieci mesi di gigantesche lotte e nella più completa fratellanza d’armi con gli eserciti del mio illustre alleato.
Il nuovo perfido nemico del Sud non è certo per voi un avversario nuovo. I grandi ricordi di Novara, Mortasa, Custoza, e Lissa, che sono l’orgoglio della mia gioventù, e lo spirito di Radetzky, dell’arciduca Alberto e di Tegethoff, che sopravvive nelle mie forze di terra e di mare, mi sono garanti che anche nel Sud sapremo difendere con successo i confini della monarchia.
Io rivolgo un saluto alle mie valorose e vittoriose truppe. Ho piena fiducia in loro e nei comandanti!
Ho piena fiducia nei miei popoli, al cui ineguagliabile spirito di sacrificio è dovuto il più profondo e paterno ringraziamento.
Prego l’Onnipotente di benedire le nostre bandiere e di accogliere la nostra giusta causa sotto la sua benigna protezione.

Franz Joseph

“Chiacchere da bar” sull’italianità storica di Trieste.

“Chiacchere da bar” sull’italianità storica di Trieste.
Care amiche, cari amici,
dopo la trasmissione in prima serata della fiction “il confine” non sono mancate in rete le critiche a un programma con palesi falsità storiche, sommate a una pessima recitazione e all’uso di Udine (!!!) per rievocare la Trieste del primo ‘900.
Oltre, ovviamente, ai deliri dei neoirredentisti che difendono la malcelata propaganda della miniserie, sorprende che varie persone che si definiscono di “sinistra” o addirittura comuniste non solo siano d’accordo con questa versione edulcorata della storia, ma che attacchino – senza conoscerla – la storia della nostra città. Alle rimostranze fatte da me e da altri utenti, la persona confusa ha ribattuto con slogan nazionalisti, testi irredentisti e riducendo la nostra storia a “chiacchere da bar”
L’ignoranza, purtroppo, è una brutta bestia e bisogna combatterla.
Qui di seguito un rapido riesame dell’italianità di Trieste, nata in realtà durante il ventennio fascista.
Per questi “foresti” , nel 1800 la popolazione di Trieste “quasi tutta italiana…”. Classico refrain dei fascisti triestini. E questa frase la dice un “comunista”. In realtà nel 1910 il 12% della popolazione erano IMMIGRATI italiani. In un atto di masochismo, invece di restare nella madrepatria italiana, migravano a Trieste in cerca di lavoro e migliori condizioni. (vedasi censo del Litorale del 1910) Pierpaolo Dorsi commenta nell’articolo “Immigrazione italiana verso l’Austria”a riguardo: “Costituivano fattori d’attrazione per il lavoratore italiano le condizioni d’impiego e di retribuzione generalmente migliori di quelle ottenibili in patria, l’equiparazione alla manodopera nazionale, almeno sul piano giuridico formale, la legislazione sociale particolarmente avanzata”.
Sul fatto che Trieste non fosse italiana, basta riportare gli articoli di Karl Marx sul “New York Tribune”. Come mai l’Impero stava puntando su Trieste (ITALIANISSIMA!) e non su Venezia? Oltre che per i fondali, perchè” Venezia era la città delle memorie; Trieste aveva, al pari degli Stati Uniti, il vantaggio di non possedere un passato. Popolata di commercianti e speculatori italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni, ebrei in variopinta miscela, non piegava sotto le tradizioni”. Ohibó. KARL MARX, che nega l’italianità eterna di Trieste. Che disgraziato. (se poi vogliamo, lo dice adirittura Timeus che Trieste “non ha storia”; figuriamoci quindi l’appartenenza a una nazione)
(Parentesi sugli “italiani”, ossia una nazione inesistente. Ancora nel 1786 il barone Pittoni, per riferirsi agli immigrati provenienti dalla penisola, parlava di “nazione pontificia, veneta e napoletana”; strano poterli differenziare, non erano tutti “italiani”? – Vedi Dorsi “”Libertà” e “legislazione”. Il rapporto del barone Pittoni sulla città di Trieste e del suo territorio.”)
I documenti normalmente usati dalla storiografia italiana per difendere le proprie ambizioni nazionaliste sono il censimento del 1910, che a Trieste era favorevole agli italiani. Però attenzione: le etnie non venivano stabilite in base alla nazionalità, bensì in base alla lingua d’uso. Grazie anche al filtro della borghesia italiana nazional liberale che governava la città, vennero registrati come “italiani” cittadini che non lo erano, ma usavano l’italiano sul lavoro. (potremmo anche parlare della gran confusione sull’italiano, nato durante l’800 basandosi sul toscano fiorentino, imposto poi nel regno d’italia e che tuttora non tutti parlano bene, anzi. La storiografia italiana confonde-di proposito-le lingue romanze con l’italiano. Il veneto, per esempio, è una lingua romanza riconosciuta dall’Unesco, non un dialetto dell’italiano: ha sue forme sintattiche e grammaticali totalmente originali. Lo stesso si può dire per il siciliano e altri “dialetti”).
Sull’inesistenza della “nazione” italiana e, di conseguenza dell’italianità di Trieste, mi darei una bella letta a un’altra fonte dell’epoca, ossia l’articolo “Nationality” di Lord Acton in “Home and foreign review” del 1862. Il lord inglese criticava il neonato stato e (ACCIDENTI!!) criticava l’estremo centralismo, l’avversione a qualsiasi autonomia e il dispotismo usato per unire popolazioni che nemmeno parlavano la stessa lingua.
Spero che le mie “chiacchere da bar” siano sufficienti!