Buona Pasqua! Vesele velikonočne praznike!

Care amiche, cari amici,

Un semplice augurio di buona e felice Pasqua a tutti i triestini!

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Smentire falsi miti: ci sono infiniti movimenti indipendentisti

Care amiche, cari amici

Tra i tanti falsi miti con cui ci bombarda la propaganda coloniale, c´è quello della frammentazione degli indipendentisti. Tra i più feroci ultranazionalisti italiani e giornalisti del bugiardello si parla di “infinite” liste indipendentiste. Numero incalcolabile. Frammentazione. Divisione.
Eppure…
Eppure le liste indipendentiste sono ben 3 (tre!).
1) Uniti per Trieste
2) Fronte per l’Indipendenza
3) Vito Potenza per il TLT
Non sembrano ne numerose, ne infinite.
Chi è VERAMENTE diviso è il fronte coloniale italiano, dal quale mi sento ti escludere il Movimento 5 Stelle, in quanto forza antisistema.
Il fronte filo occupazione è composto da ben 24 (avete letto bene, VENTIQUATTRO) tra liste e partiti. Un po strano che gli indipendentisti, teoricamente divisi e frammentati, abbiano ben 3 liste contro un fronte unito di 24 movimenti politici, non trovate?
Questo mostro morente, vero cancro di Trieste, che si chiama amministrazione coloniale italiana, pur di sopravvivere, nega anche l’evidenza. Sta a noi essere abbastanza svegli da non cadere nei loro tranelli.

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Masochismo, stupidità o entrambe le cose?

Care amiche, cari amici,

La rete è una miniera d’informazioni, che ha permesso a migliaia di persone di ampliare le sue conoscenze. Permette anche di trovare cose quantomeno curiose, come quella che sto per presentare.
Leggete questo paragrafo:
“Oltre ai vantaggi indotti dal particolare regime di franchigia doganale vigente nei punti franchi del porto di Trieste, vi sono poi i vantaggi di natura sostanziale, derivanti appunto dal particolare status giuridico dell’istituto del porto e dell’istituto del credito doganale triestino; status giuridico dell’istituto del porto franco di Trieste inclusi quelli riferibili riferibili al principio della libertà di transito e accesso, sancito anch’esso dalle norme di carattere internazionale dei trattati che producono dei veri e propri benefici di natura anche fiscale. Le misure ridotte delle tasse portuali; l’abbattimento dell’accisa sui carburanti e l’energia; Il transito liberalizzato attraverso i valichi confinari del Nord-Est.”
Sembra tratto da un sito indipendentista.
Invece…
Invece no: è una presentazione dell’Autorità Portuale che si trova nella pagina del Comune di Trieste.
(qui il link: http://documenti.comune.trieste.it/portovecchio/vantaggi_punto_franco.pdf )
Proprio così, quel Comune, in mano ai partiti coloniali, che sta cercando di svendere in tutte le maniere il Punto Franco Nord ai palazzinari e agli speculatori immobiliari.
Oggi si celebra l’anniversario dell’istituzione del Punto Franco; vi propongo alcune domande-riflessioni-proposte.
Se esistono tutti questi vantaggi grazie alle zone franche, perché non sfruttarli? Perché non realizzare una zona di aziende hitech che lavorino in un regime fiscale favorevole nel “Porto Vecchio”? Perché non approfittare dei carburanti agevolati? Perché non si approfitta dello status extra doganale e internazionale? Perché, se esistono misure ridotte delle tasse portuali, il porto di Capodistria conviene di più?
Queste solo alcune delle domande che possiamo farci.
Ma la più grande e fondamentale è un’altra: i loschi personaggi che amministrano colonialmente Trieste, sono masochisti, stupidi o entrambe le cose?

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Impreparazione, maleducazione e paura.

Care amiche, cari amici,

Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sulla malafede e l’impreparazione della classe politica dei partiti coloniali che amministrano Trieste, dovrebbe riguardarsi la puntata della trasmissione Ring del 11 marzo 2016 (qui sotto il video del momento clou).
Durante la trasmissione la responsabile provinciale di SEL, Sabrina Morena, ha cercato di zittire Vito Potenza Kalc con grande maleducazione e cafonaggine. La “colpa” di Vito Potenza Kalc? Ricordare le leggi italiane TUTTORA IN VIGORE sul Territorio Libero di Trieste. Possiamo immaginare che l’esperta di teatro prestata alla politica coloniale (non ci credete che una drammaturga faccia politica? ecco qua il curriculum.. http://www.provincia.trieste.it/opencms/export/sites/provincia-trieste/it/provincia/consiglio/Consiglieri/CV-Consiglieri/CV-MORENA.pdf) abbia una forte paura: essendo consigliere provinciale di una provincia inesistente dal 20 febbraio 1947, presto perderà il posto. Non solo, possiamo anche azzardare che perderebbe gli appoggi e gli agganci ottenuti durante anni di arruffianamenti.
Cosa spaventa questo strano personaggio, maleducato, volgare e ignorante, che si rifiuta di leggersi leggi e dati certi citati con pazienza olimpica dal buon Vito Potenza Kalc?
Questi:

– Trattato di pace di Parigi del 1947, articolo 21, comma 2: “La sovranità italiana sulla zona costituente il Territorio Libero di Trieste, così come esso è sopra definito, cesserà con l’entrata in vigore del presente Trattato.”

– Legge 25 novembre 1952, n. 3054:”Ratifica del decreto legislativo 28 novembre 1947, n. 1430, concernente esecuzione del Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947″ Pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 10 del 14 gennaio 1947 “Preambolo: La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato; Il Presidente della Repubblica: Promulga la seguente legge:Articolo unico– Il decreto legislativo 28 novembre 1947, n. 1430, è ratificato.

Come sempre, chi ha paura grida in maniera scomposta, come la cara Sabrina Morena. Ma perché tanta paura e tanto astio in stampo ultranazionalista da parte dell’esponente di Sel, se quello che sosteniamo noi triestini legalitari sono solo stupidaggini?
PENSATECI.

 

La pericolosa sindrome di San Tommaso

Care amiche, cari amici,

Sembra che il problema delle Generali che abbiamo sollevato in questa pagina abbia suscitato varie reazioni e palesato una sindrome preoccupante, che possiamo definire “sindrome di San Tommaso”. Tante – TROPPE – persone, facendo la pericolosa politica dello struzzo fanno finta di non vedere, o non vogliono farlo, la triste realtà: le Generali presto abbandoneranno Trieste. Ovviamente sarebbe l’ennesimo colpo inferto alla ormai debilitatissima economia triestina.
Negli anni sembra essere, purtroppo, una costante di molti triestini.
“Guarda che se ritorna l’italia a Trieste andrà malissimo!” – “Se no vedo no credo”
“Guarda che chiuderanno i cantieri San Marco!” – “Se no vedo no credo”
“Guarda che venderanno l’Ezit!” – “Se no vedo no credo”
Possiamo continuare così con decine di affermazioni.
L’ultima in ordine temporale riguarda le generali. Nonostante sia palese, varie persone si ostinano a negare la realtà, minacciando addirittura denunce al sottoscritto, basate non si sa bene su cosa.
Un po’ di dati?
Eccoli.
Emea: 100% a Brusseles.
Asset management: 30% tra Milano e Parigi.
Risk Management (solvency):30% tra Milano e Parigi.
E questo riguarda trasferimenti GIA’ FATTI.
Prossimamente tutta l’ufficio comunicazione verrà trasferito a Milano.
Ma non basta: nell’ufficio “asset management” ogni settimana vengono fatte proposte “ad personam”: vengono suggeriti contratti a Rio de Janeiro o in Cina a chi chiedeva di fare un’esperienza all’estero, sfoltendo così la resistenza al trasferimento in altre città da parte dell’ufficio.
Se a qualche “San Tommaso” ancora non basta, vada a vedere quanti sono i desk vuoti negli uffici o chieda semplicemente quanti capi sono ancora basati a Trieste. Le risposte saranno da brividi.
Se qualcuno pensa che questa situazione mi piaccia, si sbaglia di grosso: la situazione è grave, anzi, gravissima. Fare la politica dello struzzo e negare l’evidenza, pensando che senza far niente si possa evitare la decadenza completa della città è, oltre che ridicolo, rischiosissimo.
Per quel che mi riguarda l’unica salvezza è l’indipendenza del Territorio Libero di Trieste e l’applicazione delle leggi vigenti nel nostro stato, che porterebbero benessere e prosperità. Non possiamo più scherzare o far finta di niente, stiamo parlando del futuro di Trieste e dei nostri figli.

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Il principio della rana bollita, ossia la situazione di Trieste

Care amiche, cari amici,

Dopo la pubblicazione e la diffusione delle notizie che ho ricevuto sulle Generali, mi sono arrivati svariati messaggi e commenti, che passano dalla preoccupazione all’ironia. La cosa che realmente mi turba è che molte persone, soprattutto dell’area nazionalista e del PD, etichettino questa notizia come “inutile allarmismo”. A queste persone e ai tanti altri triestini che continuano a dire “non succede niente, almeno non a me…passerà”, dedico questa fiaba.

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda, nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano.
Presto l’acqua diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda, un pò più di quanto la rana non apprezzi. La rana si scalda un pò tuttavia non si spaventa. Adesso l’acqua è davvero troppo calda, e la rana la trova molto sgradevole. Ma si è indebolita, e non ha la forza di reagire. La rana non ha la forza di reagire, dunque sopporta. Sopporta e non fa nulla per salvarsi. La temperatura sale ancora, e la rana, semplicemente, finisce morta bollita. Ma se l’acqua fosse stata già bollente, la rana non ci si sarebbe mai immersa, avrebbe dato un forte colpo di zampa per salvarsi.
Ciò significa che quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla coscienza e non suscita nessuna reazione, nessuna opposizione.

Pensate adesso a Trieste; poco più di cento anni fa era il primo porto adriatico, prospero centro commerciale, fioriva la cantieristica e la popolazione stava aumentando. Pensiamo alla situazione attuale: scalo con mille problemi e limitazioni, industria azzerata, aziende in procinto di partire, popolazione in calo verticale, commercio allo sfacelo.
Come siamo arrivati a permettere tutto ciò? Facile, lo hanno tolto un pezzettino alla volta: Lloyd triestino, cantiere San Marco, fiera campionaria, industrie, EZIT. L’ultimo della lista sembra essere il Punto Franco Nord, destinato alla speculazione edilizia.
Inutile fare gli struzzi e attaccare chi dipinge la realtà tacciandolo di “disfattista” o “bugiardo”: questa è la triste situazione della nostra amata città.
E voi cari amici..siete anche voi rane bollite, o avete ancora la forza per uscire dalla pentola?
PENSATECI BENE, E FATE PENSARE QUELLI CHE CONOSCETE.

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La storia del Punto Franco Nord

Care amiche, cari amici,

Da anni la cittadinanza è bombardata quasi giornalmente dai roboanti proclami della stampa di regime: uno di questi riguarda la “restituzione alla città del Porto Vecchio”.
Una frase pensata bene, usando furbizia e malizia: chi non desidera che gli vengano ritornate le proprie cose?
Eppure la zona “sdemanializzata” in ottica di una mega speculazione edilizia che, se fatta, peserà sulle spalle dei triestini per decenni, non è mai stata città.
Proprio così:MAI STATA CITTA’.
Perché quindi distruggere le enormi potenzialità che ha il Punto Franco Nord grazie alla sua zona franca? Perché non permettere l’uso del paradiso fiscale previsto nell’area?
Perché mentire su collegamenti, fondali e uso di questa zona?
Rispondete a queste domande e troverete chi sono i killer di Trieste e perché la città sta morendo.
Un sentito ringraziamento a Stefano Badodi e Stefano Dondo; il loro prezioso aiuto e le loro conoscenze del porto sono a dir poco fondamentali.

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Il Porto di Trieste, nell’immaginario collettivo, è legato alla fama internazionale raggiunta nel primo decennio del XIX secolo in qualità di primo porto dell’impero Austro-Ungarico, quando giunse ad essere il 7° porto del mondo ed il 2° porto del Mediterraneo dopo Marsiglia, per movimentazione di merci.

Questa favorevole circostanza trovò origine agli inizi del XVIII secolo in seguito all’emanazione della “Patente di Porto Franco” da parte dell’imperatore Carlo VI d’Austria (1719), anche se il merito dello sviluppo del progetto va alla figlia Maria Teresa d’Austria.

 Da allora e fino ad oggi il regime di Porto Franco è rimasta prerogativa e caratteristica peculiare del Porto di Trieste.

Nella seconda metà del XIX secolo lo scalo triestino, grazie al collegamento ferroviario con Vienna, assunse una prevalente funzione di transito delle merci, che spinse le autorità asburgiche a dare il via al primo grande piano di ampliamento delle strutture portuali: tra il 1868 e il 1883, su progetto di Paul Talabot, venne quindi realizzato il complesso oggi noto come Porto Vecchio.

L’idea di progettare e costruire un polo portuale moderno si fa strada nella Trieste dei primi decenni dell’Ottocento sulla spinta della crescente libera concorrenza che favorisce gli scali del nord Europa dotati di impianti ed attrezzature più moderne nonché di efficienti infrastrutture. Per stare al passo con i tempi i gruppi d’interesse economici e finanziari triestini premono per la trasformazione dello scalo giuliano da emporio a punto di transito delle merci.

La costruzione della Ferrovia meridionale (1857), che collega Trieste a Vienna, e dei primi magazzini ferroviari (Lager n. 11, 1861) nei pressi della darsena della stazione, rappresentano il primo e fondamentale passo verso la modernizzazione del sistema Città-Porto. Nel 1863, infatti, il governo di Vienna bandì un concorso per la costruzione del nuovo Porto di Trieste e, due anni dopo, il 27 gennaio 1865 scelse il progetto dell’ingegner Talabot che prevedeva l’interramento del vecchio bacino a fianco della ferrovia e l’ampliamento degli impianti ferroviari.

La collocazione del nuovo Porto è individuata nella rada di nord est, in prossimità del nuovo scalo ferroviario, per favorire il trasferimento delle merci da una modalità di trasporto ad un’altra. La ripresa dei traffici è tale da imporre un intervento di vasta portata, con nuove costruzioni marittime e portuali e interramenti e sbancamenti che alterano la vecchia linea di costa.

Il progetto prevede la realizzazione di cinque moli, di cui quattro paralleli e uno obliquo, con la conseguente formazione di quattro bacini, a protezione dei quali è eretta una diga foranea lunga 1.100 metri con un canale di passaggio di 150 metri, per una superficie complessiva di 320.000 mq. Alle sponde la profondità del fondale è di 6-7 metri.

Le difficoltà tecniche da superare sono rilevanti e spostano i tempi di consegna dei lavori. Le costruzioni portuali devono poggiare su un fondo melmoso e su materiali di riporto, con conseguenti problemi per adeguare le opere di fondazione. Il riempimento e il consolidamento incontrano numerosi ostacoli e si rendono necessarie specifiche opere idrauliche per canalizzare e in parte tombare i torrenti Martesin e Klutsch. La diga foranea, che protegge i retrostanti bacini dalle mareggiate, è terminata solo nel 1875, anno in cui entrano in funzione il Molo I, il Molo II e il primo bacino. La prima fase dei lavori del Porto viene completata nel 1883, in ritardo ma non troppo sulle previsioni progettuali, grazie allo slancio impresso ai lavori di ampliamento dall’inaugurazione del Canale di Suez (1869) e dalla conseguente pressione commerciale.

Contestualmente, nel 1879, il Ministero del Commercio affida a un Ente portuale concessionario, denominato Pubblici Magazzini Generali, la gestione delle operazioni portuali svolte a terra, mentre quelle a bordo delle navi restano prerogativa dei comandanti e degli armatori. Si apre così un’ulteriore fase progettuale e costruttiva, con la predisposizione di ulteriori magazzini e attrezzature portuali in grado di rendere Trieste competitiva nei confronti dei principali scali europei. Tra il 1883 e il 1893 vengono costruiti i magazzini 7, 10, 18, 19, 20 e 26 e gli hangar 6, 9, 17, 21, 22, 24 e 25. Con l’allestimento del Molo IV il nuovo complesso portuale può ritenersi completato.

Successivamente, con l’abolizione del privilegio del Porto franco (1891) il comprensorio del nuovo Porto assume lo status di zona franca per le merci e un assetto geografico definitivo e ben identificabile, separato dalla città, reso visibile dal completamento della recinzione dei nuovi spazi interni dedicati alle merci in franchigia doganale. Dopo pochi anni tuttavia il Governo si renderà promotore di un ulteriore ampliamento dello scalo, progettato a sud della città, ove presto sorgerà il Punto Franco Nuovo.

I capannoni, i più antichi edifici del porto, sono stati eretti seguendo il modello della Lagerhäuser, una parola che si riferisce a quelle parti della città che vengono utilizzati per la movimentazione di merci e comprendono magazzini per lo stoccaggio delle merci, dal loro arrivo in porto alla spedizione e distribuzione.

La classificazione dei magazzini e hangar (inizialmente 38 corpi principali) comprende tre gruppi di edifici:

  • edifici ad un piano fuori terra

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  • edifici di due o tre piani fuori terra , con cantine e soffitte, con gallerie supportate da colonnine in ghisa

2pian

  • edifici di quattro piani fuori terra, con cantine, piano terra e quattro piani superiori con gallerie

3pian

 In seguito il porto si arricchì di nuove infrastrutture funzionali alle esigenze della moderna logistica, quali il terminal multifunzionale nel Porto Vecchio e il terminal per navi Ro-Ro/ferry di Riva Traiana.